La scelta di non quotarsi delle medie imprese italiane

 

Implicazioni e possibili motivazioni della scelta di non quotarsi da parte delle medie imprese italiane

L. Giordano, M. Modena

N. 7 - settembre 2017 [formato PDF] 
 

Abstract
Il presente lavoro mette a confronto su un periodo di dieci anni (2002-2011) i bilanci di un campione rappresentativo di medie imprese italiane quotate in borsa con un campione di imprese non quotate simili per settore industriale e per dimensione. I dati mostrano che le società quotate hanno registrato tassi di crescita notevolmente superiori rispetto alle non quotate in termini di fatturato, investimenti e occupazione, anche grazie a una maggiore possibilità di ricorso al capitale di debito; le società quotate, peraltro, oltre ad aver generato una maggiore redditività, hanno risentito in misura più attenuata degli effetti della crisi finanziaria del 2007 e della conseguente recessione che ha avuto inizio nel 2009. Nelle evidenze internazionali, la "qualità" dei dati contabili è uno degli aspetti che più marcatamente differenzia le società quotate da quelle a controllo privato. I risultati confermano, anche per il mercato italiano, una minore "qualità" dei dati contabili per le società non quotate che può essere ricondotta a quell'insieme di pratiche note con il nome di earnings management, sebbene esse sopportino un carico fiscale simile (se non superiore) a quello delle società quotate. Le società non quotate hanno infine maggiori vincoli finanziari in termini di capacità di raccolta di capitale di rischio e vi sono chiare evidenze di una maggiore difficoltà di accesso al credito bancario per le non quotate. Per tali motivi, le loro opportunità di investimento sono maggiormente vincolate alla capacità di autofinanzia-mento, come indicato dalla più elevata sensitività degli investimenti al cash flow rispetto alle società quotate. Complessivamente, queste evidenze indicano che la scelta di «non quotarsi» implica costi molto elevati in termini di minore crescita e redditività e, allo stesso tempo, sembra solo in parte riconducibile alla volontà del management di sfruttare maggiori possibilità di manipolazione dei dati contabili (earnings management) per estrarre benefici privati o condizionare i contratti con gli stakeholders. I risultati del lavoro portano quindi a ritenere che la scarsa propensione alla quotazione delle medie imprese italiane – che si riflette nell'esiguità del nostro listino – non sembra giustificata dalla prevalenza dei benefici (maggior discrezionalità nella redazione della rendicontazione contabile e finanziaria) sui costi (minor redditività, minor crescita, più severo raziona-mento e dipendenza da fonti di finanziamento interne) connessi con la conservazione dello status di "non quotata", ma sia da ricondurre ad altri fattori, anche culturali, verosimilmente legati alla percezione dei costi complessivi dell'apparato regolamentare che disciplina la quotazione in borsa. Questi risultati evidenziano l'importanza dei numerosi recenti interventi di semplificazione delle regole e di incentivo allo sviluppo di canali di finanziamento alternativi al credito bancario.

 

Autori
Luca Giordano - CONSOB, Divisione Studi (l. giordano@consob.it)
Matteo Modena - CONSOB, Divisione Intermediari (m.modena@consob.it)

Si ringraziano per gli utili commenti e suggerimenti Giovanni Siciliano (Head of Research Department, Consob), Renato Maviglia (Head of Equity Prospectuses and Initial Public Offering Unit, Consob), Craig Lewis (former Chief Economist SEC e Madison S. Wigginton Professor of Finance at Vanderbilt University's Owen Graduate School of Management). Un sentito ringraziamento va inoltre a Gianluca Giudice (Università Bocconi) per il supporto nelle fasi di implementazione dell'analisi empirica. Errori e imprecisioni sono imputabili esclusivamente agli autori.

 

JEL Classifications: G21, G28, M40, M41

ISSN 2281-3098 [online]