L'età moderna

…dalla "nuova" finanza alla rivoluzione industriale...

Il Capitalismo nella sua forma più evoluta è un sistema di produzione di merci finalizzato allo scambio con profitto legittimo. Il commercio è il presupposto logico del capitalismo; il suo sviluppo abbisogna di un'economia monetaria (e finanziaria) sempre più sofisticata.

Era evidente alla fine del XVI° secolo che l'espansione dell'attività economica aveva bisogno di superare i "limiti" imposti da una quantità finita di una moneta fisica in oro o argento.

Il "capitalismo industriale" si affermerà molti secoli dopo – a partire dalla fine del XVIII° secolo e soprattutto nella seconda parte del XIX° - quando, con la c.d. rivoluzione industriale[1] (grazie anche alle continue invenzioni tecniche), la borghesia riesce a emergere come forza sociale dominante in contrapposizione alla nobiltà terriera: taluni individui dotati di "spirito capitalistico"[2], gli imprenditori, realizzano – mediante impiego delle proprie risorse finanziarie (o di propri parenti) e/o del credito ottenuto dalle banche – un sistema di produzione "seriale" di merci fondato sul lavoro (formalmente libero) di altri individui - dietro pagamento di un salario – e nell'uso sistematico di macchine (i c.d. fattori produttivi), organizzati in un unico luogo fisico (la fabbrica) secondo un principio di divisione tecnologica delle operazioni produttive e di specializzazione del lavoro.  L'assetto del processo produttivo rispondeva alla finalità di massimizzare le quantità prodotte e minimizzare i costi di produzione in relazione alle possibilità di rivendita con guadagno (quasi sempre reinvestito nell'impresa stessa). Naturalmente, ciò si realizzerà primariamente in quei paesi (l'Inghilterra tra tutti) nei quali sia le condizioni socio-economiche (notevole presenza di manodopera artigianale qualificata) e politiche (per esempio, per il ruolo importante ed efficace giocato dallo Stato per il rispetto delle leggi e dell'ordine amministrativo) sono tali da supportare lo sviluppo industriale capitalistico sia perché i fattori esterni di natura internazionale l'hanno consentito (primo fra tutti, l'estensione del commercio internazionale). 

Ma procediamo con ordine. La rivoluzione industriale non è solo il frutto dell'ingegno tecnico applicato alla costruzione di nuovi merci o di nuovi mezzi di produzione, ma anche un nuovo modo di organizzare i fattori produttivi e i modi di scambio resi possibili da una "nuova"  finanza. 

La trasformazione della finanza costituisce quindi un ingrediente storicamente necessario per lo sviluppo del sistema economico e viceversa. In altre parole, crescita economica e innovazione finanziaria appaiono processi interdipendenti.

Il problema della scarsità fisica di moneta (e quindi di mezzi di pagamento) non era superabile fin tanto che le banche dell'epoca prestavano soldi nei limiti dei depositi di monete in metallo prezioso che ricevevano. Era vero che l'afflusso di oro e argento dai giacimenti scoperti e sfruttati nelle Americhe aveva portato all'espansione dell'offerta di moneta e con essa dell'attività economica in Europa, ma rimaneva comunque una stretta e precisa relazione tra la quantità di oro e argento utilizzata per coniare nuove monete e l'offerta di moneta per finanziare la produzione e gli scambi commerciali. 

Ben prima della "rivoluzione industriale" ci fu, a cavallo dei secoli XVII° e XVIII°, una rivoluzione finanziaria che ebbe la sua genesi in Olanda, prima, e, successivamente, in Inghilterra. Inizia in quel tempo e in quei paesi a delinearsi un sistema monetario e finanziario in senso moderno: le società per azioni a partecipazione diffusa, l'offerta pubblica di titoli di debito e di titoli di partecipazione al capitale di rischio (le azioni), la nascita di banche che provvedono tramite il sistema di accettazione di depositi in tutte le monete europee e l'emissione di "note di credito" (in relazione al valore intrinseco delle monete, calcolato sul loro contenuto di metallo prezioso) ad aumentare la velocità di circolazione della "moneta" (quindi, migliorando la capacità di spesa di un'economia), l'uso degli assegni bancari fondato sulla fiducia nel debitore, l'istituzione delle prime banche di emissione che "stampavano" banconote (moneta convertibile su richiesta in oro o argento) - entro il confine delle riverse auree possedute - in nome e per conto dello Stato (che s'identificava con il Sovrano nel caso di regni).

Fu soprattutto l'Olanda del Seicento che creò le condizioni per la circolazione della ricchezza finanziaria tramite la "costruzione" di alcune innovative infrastrutture giuridico-finanziarie (come noi ancora oggi le conosciamo), che diedero grande impulso all'economia di mercato del Paese grazie anche allo sfruttamento della sua favorevole posizione geografica per gli scambi commerciali marittimi verso le Americhe e verso l'Asia. 

La svolta fu indotta dalla decisione presa dagli Stati Generali delle Provincie Unite (il parlamento olandese) di istituire nel 1602 la Compagnia Olandese delle Indie Orientali a cui veniva attribuito il monopolio del commercio olandese delle spezie e di tutte le altre mercanzie verso l'Asia, con il compito di contendere il controllo di quelle vie commerciali al Regno di Spagna e al Portogallo. L'innovazione principale era rappresentata dalla possibilità offerta alla Compagnia di raccogliere i capitali necessari mediante pubblica sottoscrizione aperta a tutti i residenti nel territorio olandese, senza un tetto prefissato. Ed, in effetti, il capitale finanziario, suddiviso in azioni, fu sottoscritto da cittadini di ogni ceto sociale, che rischiavano di perdere al massimo il proprio investimento in caso di fallimento della società (e quindi, si affermava implicitamente il principio della responsabilità limitata).

La Compagnia – prima società per azioni a capitale diffuso - rappresentò un caso di successo imprenditoriale; talché, si sviluppò ben presto un mercato secondario – sufficientemente liquido - per lo scambio, con consegna a termine, delle azioni della stessa. Gli scambi avvenivano in un primo tempo in uno spazio aperto secondo modalità di contrattazioni informali, ma assunsero ben presto un'intensità tale da indurre nel 1608 la costruzione di un luogo al chiuso, la Beurs van Amsterdam, una delle prime "Borse Valori" al mondo, sicuramente la più sofisticata per le tecniche negoziali che vi si impiegavano[3].  Nel 1609 fu istituita la Banca (di cambio) di Amsterdam (Wisselbank), specializzata nella conversione delle diverse monete - circolanti all'epoca in tutta Europa – che avevano precise caratteristiche di purezza e peso in proprie banconote aventi la garanzia dello Stato olandese (nella forma di ricevute bancarie negoziabili, utilizzabili quindi anche per i pagamenti domestici con altri clienti della stessa banca). La possibilità, consentita ai mercanti olandesi, di aprire un deposito denominato in un'unità di conto monetaria propria della Banca di cambio introdusse un sistema efficiente di trasferimenti diretti mediante addebito-accredito contabile dei depositi interessati, garantendo il compimento di moltissime operazioni commerciali senza necessità di trasferimento materiale di moneta[4]. L'innovazione apportata nel sistema dei pagamenti commerciali non si accompagnò alla "creazione" di moneta bancaria perché la Banca non erogava prestiti, intendendo mantenere paritario il rapporto fra depositi ricevuti e riserve in metalli preziosi. Inoltre, furono istituite banche (le antesignane delle moderne banche d'affari) che si dedicarono alla concessione di prestiti con accettazione di azioni in garanzia.  In parallelo, si sviluppò un mercato dei titoli di debito pubblico (emessi dagli Stati di Olanda e dalla città di Amsterdam) e di debito privato sufficientemente liquido da attrarre gli investitori istituzionali dell'epoca (istituzioni caritatevoli, fondazioni e le prime forme di fondi comuni d'investimento)[5]. L'importanza dei titoli di credito (e, in generale, delle attività finanziarie negoziabili) crebbe grandemente durante la prima metà del Settecento. 

Gli olandesi ebbero la capacità di assicurare il buon funzionamento di queste nuove infrastrutture giuridiche e finanziarie (le società di capitali, la Borsa e il sistema bancario) al servizio del commercio internazionale e di una economia mercantilista aperta. L'Olanda del Seicento divenne così lo Stato più prospero d'Europa[6].

Le innovazioni nelle istituzioni finanziarie avevano superato la "prova di resistenza" dell'applicazione continuativa per un lungo periodo in Olanda, ma certamente non avevano condotto al superamento di limiti del sistema monetario fondato sull'oro.

Fu uno scozzese geniale trasferitosi in Francia – John Law – ad applicare sul campo tra il 1716 e il 1720 la possibilità di superare i limiti di una circolazione monetaria fondata sull'oro attraverso l'istituzione di una banca pubblica che emetteva banconote, di introdurre una gestione "moderna" – in verità attraverso audaci ingegnerie finanziarie - del debito "pubblico" del Regno di Francia in combinazione con la costituzione e la gestione di una compagnia commerciale a capitale diffuso che operava in regime di monopolio. La fallimentare e rapida conclusione della "sperimentazione" di finanza pubblica e del nuovo sistema monetario-finanziario tentata in Francia da John Law – frutto anche di grossolani errori di valutazione del comportamento degli "investitori" - non deve offuscare la sua grande intuizione che il fondamento di una stabile moneta è dato dalla fiducia pubblica che essa suscita, a sua volta generata dalla comune percezione della "ricchezza della nazione".[7].

Contestualmente, a Londra alla metà del Settecento si era consolidato un robusto mercato obbligazionario, in cui in particolare si scambiavano facilmente titoli di debito del governo britannico, molto liquidi anche perché oggetto d'investimento anche da parte d'investitori stranieri. In parallelo, erano sorte in Gran Bretagna un gran numero di istituzioni bancarie private specializzate nello sconto delle lettere di cambio tratte da un mercante su un altro, grazie al quale si assicuravano i mezzi finanziari necessari al commercio interno ed internazionale.

Nel 1694 fu istituita a Londra la Bank of England, inizialmente concepita per mobilizzare il risparmio nazionale in soccorso alle deboli finanze pubbliche, prosciugate a seguito della guerra con la Francia. La Banca nacque quindi come banca del Governo e gestore del suo debito e, di conseguenza, godette di privilegi notevoli: fu la prima banca commerciale ad operare come società per azioni assumendo depositi ed emettendo banconote sulla base di una concessione di monopolio parziale. Ben presto assunse una rilevanza tale nel sistema bancario britannico da essere descritta nel 1781 come lo Scacchiere dell'Erario ("the public exchequer") e la banca dei banchieri per il ruolo centrale giocato nelle transazioni interbancarie.

Pur rimanendo irrisolta la questione della relazione tra riserve auree e banconote in circolazione volta a consentire un'espansione del credito e quindi dell'offerta di moneta in contrasto con le ripetute crisi di liquidità che soffocavano la crescita dell'economia, lo sviluppo, registrato nel XVII° e XVIII° secolo, di nuove tecniche finanziare e di nuove modalità di gestione delle banche, unitamente all'utilizzo diffuso di nuovi strumenti finanziari (azioni e obbligazioni) e al consolidarsi di mercati di scambio di tali strumenti, aveva creato le condizioni per una più moderna gestione finanziaria delle attività economiche.
 

[1] "La rivoluzione industriale rappresentò il momento di transizione da una fase primitiva e ancora immatura del capitalismo ... alla fase in cui il capitalismo, sulla base della trasformazione tecnica, giunge alla realizzazione del suo specifico processo produttivo, fondato sulla fabbrica come unità collettiva di produzione di massa...", in M. Dobb, Problemi di storia del capitalismo, Roma, Editori Riuniti, 4a ediz. 1971, pag. 51.

[2] Il sociologo ed economista Max Weber nel suo famoso scritto "L'Etica protestante e lo spirito del capitalismo", Milano, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 1991, scrive "noi usiamo qui provvisoriamente l'espressione <spirito del capitalismo moderno> per designare quel modo di sentire che aspira professionalmente in forma sistematica e razionale a un guadagno legittimo" pag. 49.

[3] Nella Borsa di Amsterdam era possibile già allora osservare l'uso di tecniche manipolative dei prezzi, come illustrato da un cronista dell'epoca, Joseph de la Vega, nel libro Confusion de Confusiones, scritto nel 1688, ma di straordinaria modernità.

[4] In Olanda, come in altri paesi del Nord Europa, prima fra tutte la Svezia, fu portata a sistematizzazione la tecnica organizzativa e contabile bancaria messa a punto dalle banche italiane nell'Alto Medio-Evo a Firenze, Venezia e Genova.

[5] Cfr. O. Gelderbrom e J. Jonker, "With a view to hold: The emergence of institutional investors on the Amsterdam Securities market during the seventeenth and eighteenth centuries", in The Origins and Development of Financial Markets and Institutions (eds. J. Atack e L. Neal), Cambridge University Press ( 2010), 71 – 98.

[6] Cfr. Niall Ferguson, Ascesa e declino del danaro. Una storia finanziaria del mondo, Mondadori (2009), pagg.97-105.

[7] Si veda F. Galimberti, Economia e pazzia. Crisi finanziarie di ieri e di oggi, Ed. Laterza (2013)