La finanza per la crescita

La crisi finanziaria del 2007–2009 ha messo in luce le fragilità strutturali e le carenze del sistema finanziario internazionale. Accumulazione di eccessivo rischio finanziario in connessione con un elevato uso del debito, scarsa trasparenza ed elevata complessità delle operazioni d'investimento, presenza di intermediari non sottoposti a forme di regolamentazione e controllo (c.d. shadow banking) sono tra i fattori di maggiore rilievo.

Il disegno degli interventi di contrasto alla crisi in Europa è stato fin dal 2009 primariamente finalizzato a definire gli strumenti di salvaguardia e di stabilizzazione del sistema finanziario europeo, in conformità agli indirizzi individuati dal G-20 e promossi dal Financial Stability Board.

Minore attenzione è stata posta, invece, agli effetti sull'economia reale in termini di riduzione dell'offerta di credito e di possibile impatto su investimenti, produzione, occupazione e consumi.

La politica monetaria posta in essere dalla Banca Centrale Europea (BCE) nel periodo in parola ha avuto l'effetto benefico di comprimere lo stato d'incertezza economica. Tuttavia, il sostegno della BCE alla liquidità degli intermediari non è stato sufficiente, negli anni successivi al 2010, per generare un miglioramento delle condizioni di accesso al finanziamento delle banche nei paesi più esposti alla crisi e, di conseguenza, per favorire una riduzione del costo dei prestiti bancari a famiglie e imprese. La contrazione dell'offerta di finanziamento ha interessato anche le forme alternative d'intermediazione creditizia.

Per altro verso, il radicarsi dell'incertezza macroeconomica non aveva fino a pochi mesi fa creato sufficienti incentivi per le imprese a pianificare nuovi investimenti e richiedere nuovi finanziamenti per la crescita.

Il razionamento del credito bancario e delle altre forme di  finanziamento all'economia ha colpito in modo più marcato le imprese di piccole e medie dimensioni a motivo del più elevato tasso di indebitamento che contraddistingue tali imprese, nonché della minore redditività rispetto a imprese di maggiori dimensioni che possono sfruttare economie di scala e di scopo, rafforzando gli impulsi recessivi per l'economia. Le PMI basate in alcuni Paesi europei sono state penalizzate anche dalla mancanza di un mercato integrato del credito nell'Eurozona.

Inoltre, la crisi finanziaria ha avuto un impatto negativo sulla fiducia e sulla propensione al rischio degli investitori istituzionali, in particolare negli Stati Membri in difficoltà finanziarie, riducendo anche la capacità del settore finanziario europeo di incanalare risparmi anche verso gli investimenti innovativi.

Per reagire a questa situazione, a partire dal 2011 l'attenzione della Commissione Europea si è, quindi, concentrata sull'ampliamento dei canali di finanziamento disponibili per le imprese, soprattutto le PMI, al fine di salvaguardare il potenziale di crescita del sistema produttivo europeo. In tal modo, accanto ad interventi volti a ridurre i rischi sistemici, sono state adottate misure per favorire lo sviluppo di investitori specializzati nell'investimento in capitale di debito e di rischio delle piccole e medie imprese (private equity e venture capital) e in progetti infrastrutturali di lungo periodo.

Una volta "messa in sicurezza la stabilità finanziaria", le Istituzioni europee si sono mosse, per favorire lo sviluppo di canali di finanziamento all'economia reale, incoraggiando l'aumento di capitali non bancari a disposizione delle imprese come complementari rispetto al credito bancario.

Il contesto più ampio nel quale si inquadra questo lavoro è stato definito nel Libro verde della Commissione Europea intitolato "Il Finanziamento a Lungo Termine dell'Economia Europea" (Marzo 2013), che delinea le questioni inerenti all'offerta e alla domanda per tutte le strutture di finanziamento, e confermato nel documento finale del marzo 2014.

Con la Direttiva sui gestori di fondi di investimento alternativi (c.d. AIFM Directive), l'Unione Europea ha inteso porre un tassello fondamentale del Piano per un sistema finanziario sicuro e capace di supportare l'economia reale attraverso la raccolta e l'impiego di capitale di rischio e di debito su base europea.

La necessità di facilitare l'accesso ai finanziamenti alternativi a quello bancario da parte delle PMI - non solo per migliorarne la competitività e il potenziale di crescita, ma per salvaguardarne l'esistenza in una fase caratterizzata da un calo dei prestiti all'economia reale - ha condotto la Commissione Europea a introdurre regolamenti immediatamente esecutivi,  dedicati ai fondi di venture capital (Regolamento c.d. EUVECA) e ai fondi per le imprese sociali (Regolamento c.d. EuSEF).

In tempi ancora più recenti, è stata emanata una disciplina sui fondi di investimento a lungo termine (Regolamento c.d. ELTIF) volta ad accrescere nell'immediato futuro la massa di capitale disponibile per gli investimenti a lungo termine in grandi progetti infrastrutturali o di ingegneria industriale, che per loro natura richiedono un impegno a lungo termine da parte dell'investitore.

Poiché il problema della frammentazione dei mercati dei capitali resta uno dei principali ostacoli alla ripresa del finanziamento delle imprese, ancora fortemente dipendente dal credito bancario, la Commissione ha avviato, da ultimo, un progetto per la realizzazione di un mercato unico dei capitali a livelo europeo (c.d. Capital Markets Union), volto a porre le basi per un'Unione dei mercati dei capitali pienamente funzionante entro il 2019, così da consentire il finanziamento di progetti capaci di produrre ricchezza e reddito, senza discriminazione sulla base dell'ordinamento di appartenenza dell'impresa.