La crisi del '29

La caratteristica peculiare del grande disastro del 1929 era che il peggio continuava a peggiorare≫.

Da J.K. Galbraith, Il grande crollo, Ed. BUR (2009), pag. 102.

La grave crisi economico-finanziaria del 1929, iniziata negli Stati Uniti d'America, sconvolse l'economia mondiale dalla fine degli anni venti fino a buona parte del decennio successivo, con devastanti ripercussioni sociali e politiche.

Vediamo di spiegare le cause remote di questa crisi, la dinamica e le conseguenze.

Il boom economico che gli USA avevano sperimentato quasi ininterrottamente dall'inizio della prima guerra mondiale, rappresentato da una forte espansione del Prodotto Interno Lordo grazie alle numerose innovazioni tecnologiche (radio, telefono, energia elettrica), allo sviluppo dell'industria automobilistica, alla rapida crescita di settori come quello del petrolio e alla conseguente espansione del settore delle costruzioni di uffici, fabbriche e case, aveva costituito il motore del rialzo dell'indice azionario Dow Jones relativo al settore industriale a partire da metà 1922, riflettendo l'acquisita supremazia economica nel mondo.

Nel periodo che va dal 1922 al settembre 1929 (apice della bolla azionaria della Borsa Valori di New York, detta Wall Street), l'indice azionario in parola era passato da 63,0 a 381,17 ossia aveva registrato un incremento di circa il 500%, numero che esprime bene il senso di entusiasmo diffuso dei c.d. "ruggenti anni-venti" (roaring twenties) degli americani.  

Il crollo dell'indice di Wall Street  avvenuto il 24 ottobre del 1929 (noto come il giovedì nero di Wall Street), in cui 13 milioni di azioni furono vendute senza limite di prezzo, e seguito da un secondo a breve distanza di tempo il 28 ottobre e un terzo il 29 ottobre (martedì nero) con circa 16 milioni di azioni vendute in un solo giorno, diede origine ad un fenomeno di vendite incontrollate di azioni da parte di investitori privati desiderosi di disfarsene.

Il Dow Jones Industrial Average subì una flessione del 40% in un mese e il panico si diffuse a macchia d'olio: fu l'inizio di un ciclo economico altamente recessivo su scala mondiale.

La crisi affonda le sue radici in una politica monetaria fortemente espansiva della Riserva Federale[1], a partire dalla primavera del 1927, che rese disponibili a banche e individui una massa rilevante di liquidità, impiegata in larga parte in acquisto di azioni quotate a Wall Street da parte di privati anche per il tramite di investment trust[2].

Dall'inizio del 1928 la speculazione sui titoli azionari alimentò un boom senza precedenti nei volumi di azioni giornalmente compravendute e rese possibile l'innescarsi di una spirale di  rialzi dei prezzi, sospinta dalla immaginifica rappresentazione di prospettive floride di crescita economica e da conseguenti aspettative irrealistiche di profitti futuri delle società industriali[3]. Un senso di forte fiducia circa lo stato dell'economia era largamente diffuso tra la gente comune e questo costituiva il propellente del comportamento degli investitori-speculatori.

Il grande economista statunitense, John K. Galbraith, descrive - con grande efficacia - questo "clima psicologico" di ostentato (e artificioso) ottimismo economico che si era creato all'epoca:

"Affermando solennemente che la prosperità continuerà, si può contribuire, così si crede, ad assicurare che la prosperità effettivamente continui. Specialmente fra gli uomini d'affari è grande  la fede nell'efficacia di tale formula magica"[4].

Un elemento importante della dinamica di costruzione della "bolla" azionaria è da rintracciare nella tecnica di acquisto delle azioni tramite contratti di "riporto", ossia tramite contratti conclusi dagli investitori privati con gli operatori di borsa (i c.d. agenti di cambio) in forza dei quali quest'ultimi fornivano ai propri clienti a prestito la liquidità necessaria agli acquisti di titoli ricevendo a garanzia i titoli medesimi, con l'obbligo di restituzione del prestito stesso a scadenza ravvicinata (tipicamente, un mese). Gli operatori di borsa a loro volta si finanziavano presso le banche portando a garanzia i titoli azionari consegnati loro dai propri clienti "a riporto".

Questo circuito finanziario "perfetto" costituito da Riserva Federale-banche-operatori di borsa-investitori privati - che connetteva "armoniosamente" finanziamenti ad acquisti di titoli azionari - si reggeva sul presupposto che gli incrementi di prezzo dei titoli medesimi registrati sul mercato di Wall Street fossero superiori ai tassi d'interesse sui prestiti concessi nel periodo di riferimento (tassi che raggiunsero il livello massimo del 20% su base annua nel giugno del 1929).

Ma come si verifica in tutte le situazioni di "bolla finanziaria", basate su speculazione ed euforia,  il mercato prima o poi torna in equilibrio e questo accade con una spinta emotiva alle vendite incontrollate pari d'intensità, ma di segno opposto, a quella che ne sorregge gli acquisti in precedenza; in poche parole, l'euforia che origina la bolla viene ad essere seguita da fenomeni di panico che ne decretano lo scoppio. 

Nel marzo del 1929, i segnali di un possibile crollo del mercato borsistico erano stati avvertiti dalla Riserva Federale che pur decise di non agire. Nel settembre dello stesso anno, l'indice di borsa iniziò a muoversi in modo irregolare con una tendenza al ribasso. Quando nell'ottobre del 1929 si assistette ad una brusca correzione dei prezzi azionari registrati a Wall Street, gli investitori furono presi dalla paura di un inizio della corsa al ribasso dei prezzi e, di fatto, resero effettive le loro più nere aspettative affluendo freneticamente sul mercato per vendere azioni fino a generarne il tracollo in preda al panico.

Gli operatori di borsa iniziarono a richiedere maggiori garanzie per i prestiti concessi ai propri clienti. 

La liquidazione delle azioni rispondeva anche alla necessità degli speculatori di rientrare dai finanziamenti concessi per l'acquisto dei titoli. La forte esposizione delle banche sul mercato azionario - per effetto dei crediti concessi agli operatori di borsa - indusse i risparmiatori, intimoriti dalle ripercussioni sui propri depositi, a richiederne il ritiro, dando luogo ad una vera e propria "corsa agli sportelli"  (bank run). In queste circostanze, la Bank of the United States, ritenuta un colosso del tempo – contando sui depositi di oltre 400.000 risparmiatori – fu una delle prime banche a dichiarare bancarotta.

Cosa assai grave, la crisi si era estesa alla borsa merci: i prezzi di prodotti agricoli, del cotone e delle materie prime non agricole crollarono. L'indice generale della produzione industriale registrò una flessione: ciò significava che la produzione di acciaio e ghisa, di carbone, di automobili e così di altri manufatti scendeva.

Spieghiamo il perché questa crisi ha origini nell'economia reale e che il crollo di Wall Street operò in realtà come detonatore di una situazione economica generale assai fragile e scompensata. La contrazione dell'economia statunitense a partire dagli inizi del 1929 ha origini nella seconda parte degli anni Venti quando si registra una diffusa, ancorché moderata, riduzione dei prezzi dei beni agricoli e, in parte, dei manufatti, dovuto al notevole incremento della produzione connessa all'uso intensivo delle moderne tecniche e dell'energia a basso costo. La sovra-produzione agricola, prima, e industriale, poi, che si era venuta a generare, era anche frutto di una più ridotta capacità degli Stati europei d'importare beni e prodotti da oltre Atlantico per effetto delle conseguenze della Guerra.

La risposta governativa negli Stati Uniti alla riduzione di domanda e prezzi dei beni agricoli fu primariamente tesa a "difendere" il settore agricolo con una politica protezionistica di dazi. Questa risposta fu estesa nel giugno del 1930 anche agli altri settori che via via entrarono in crisi.

L'approccio protezionistico si rafforzò quindi a seguito del crollo di Wall Street dell'ottobre del '29 e la sua estensione a livello di tutti i paesi esportatori (anche europei) portò a un collasso del commercio internazionale.

La Grande Depressione, che ne conseguì, ebbe effetti recessivi devastanti ad ampio spettro geografico (America del Nord, America del Sud e Europa) sotto diversi profili: anche i prezzi dei prodotti industriali subirono una drastica pressione al ribasso dalla contrazione della domanda, determinando gravi difficoltà per le imprese nel far fronte ai loro debiti e alimentando la contrazione del commercio internazionale e di conseguenza dei redditi dei lavoratori, del reddito fiscale, dei prezzi e dei profitti.

Nello specifico della situazione degli USA, il tracollo economico e finanziario mise in ginocchio centinaia di migliaia di americani, con il fallimento di numerose aziende, l'incremento vertiginoso della disoccupazione (oltre il 25% della popolazione attiva) e una severa contrazione del reddito. In ultimo, le esigenze nazionali spinsero gli istituti finanziari degli Stati Uniti a richiamare i prestiti erogati all'estero (30 miliardi di dollari) estendendo gli effetti recessivi della crisi su scala mondiale.


[1] Il Sistema della Riserva Federale, costituito da dodici banche (della Riserva Federale), una per ciascun dei dodici distretti in cui fu suddiviso il territorio degli Stati Uniti, fu istituito con una legge del 1914 (il Federal Reserve Act).

[2] Gli investment trust erano l'antesignano dei nostri fondi comuni d'investimento.

[3] Questo fenomeno di acquisti incontrollati che spingono in alto i prezzi delle azioni prende il nome di "bolla azionaria".

[4] Citazione tratta da John K. Galbraith, Il Grande Crollo, Edizione BUR Rizzoli (2009), pag. 15.